Ogni settimana, al tramonto, la sabbia cambiava colore. Mario lo diceva da mesi, ma Luigi continuava a ridere e a infilarsi i granelli nelle scarpe come se niente fosse. Francesco invece contava i secondi tra il primo soffio di vento caldo e l’ombra lunga delle dune, mentre Michele scavava in silenzio accanto al vecchio cartello arrugginito mezzo sepolto nel deserto.
Quella sera, però, qualcosa era diverso: sotto la sabbia, le dita di Michele avevano toccato una superficie liscia. Non pietra. Non metallo. Sembrava pelle.
Quella sera, però, qualcosa era diverso: sotto la sabbia, le dita di Michele avevano toccato una superficie liscia. Non pietra. Non metallo. Sembrava pelle.
La sabbia attorno alla squama cominciò a ritirarsi, scoprendo una fila di ossa lucide come vetro. Michele fece un passo indietro, ma Luigi si chinò e vide che su ogni osso era inciso un segno diverso, uno per ogni settimana passata senza pioggia. Al tramonto, Francesco capì che non stavano guardando i resti di una creatura: stavano guardando ciò che il deserto voleva diventare.
Poi la sabbia iniziò a scivolare da sola. Lentamente, come acqua attorno a un corpo che riemerge dopo secoli. Nessuno parlò. Stavano ogni uno fermo nel proprio respiro, guardando le dune cambiare forma mentre nuove squame affioravano dal deserto, una dopo l’altra, seguendo il tramonto come se lo stessero aspettando da sempre.